Da piattaforma a partito “frame”, ecco il congresso junior del Pd
Negli ultimi tempi il Foglio ha ospitato diversi interventi per ragionare sul futuro del Partito democratico. Per provare a parlare in maniera più approfondita di questi argomenti abbiamo organizzato un forum, in cui cinque esponenti del Pd hanno risposto alle domande del Foglio. Parlano Civati, Boccia, Concia, Raciti, Lioni
12 AGO 20

Il forum è stato curato da Claudio Cerasa, Marianna Rizzini e Marco Valerio Lo Prete.
Foglio: Presentetavi.
Sono Giuseppe Civati, faccio il consigliere regionale del Partito democratico, finché esiste il Partito Democratico.
Sono Francesco Boccia, deputato, pugliese, esperto diciamo di primarie: sul campo.
Sono Paola Concia, deputata del Pd, pugliese d’adozione, esperta di Partito democratico.
Sono Fausto Raciti, siciliano, di Acireale, segretario nazionale dei Giovani Democratici.
Sono Gianluca Lioni, sono sardo della Maddalena, sono responsabile associazionismo e terzo settore del Partito democratico, ho 28 anni e li porto molto male
Foglio: Prima domanda: per chi voterete al prossimo congresso del Pd?
Civati: Per il terzo uomo!
Foglio: E chi è?
Civati: Non si può dire…
Foglio: Noi lo sappiamo: è un tale che si occupa di medicina. Mai sentito parlare di Ignazio Marino?
Civati: Può essere, fuocherello…
Concia: Fuochino!
Foglio: Spiegate: un terzo uomo a che serve?
Civati: Un terzo uomo è fondamentale perché noi crediamo che esista molto più Pd di quanto i due candidati abbiano rappresentato sinora. C’è bisogno di una terza forza per rendere un po’ più costruttivo questo dibattito che mi sembra sia iniziato nel modo più cattivo e stupido possibile. Almeno prima dell’intervento di Bersani, che ha posto dei temi sul tavolo. Fino ad allora erano volate sassate da tutte le parti. Noi crediamo di poter svolgere un ruolo molto costruttivo sostenendo una terza figura libera, come il vento, e capace forse di portare un po’ di vento in poppa al Pd.
Foglio: E perché allora si sono presentati Bersani e Franceschini?
Civati: Si sono presentati perché fortunatamente, nonostante lo statuto incredibile, ci si può ancora presentare. Mancava solo la norma che dicesse “è vietato presentarsi come segretari nazionali”.
Concia: Io voterò per il terzo uomo.
Foglio: E chi sarà?
Concia: E’ una sorpresa. Si saprà presto, anche per ragioni oggettive.
Foglio: Se si candidasse Ignazio Marino sarebbe il terzo uomo?
Concia: Oggettivamente sì. C’è bisogno di uno spazio per andare oltre la guerra tra bande, per andare oltre il dover rispondere soltanto alla domanda “con chi stai?”, ma piuttosto “che Paese vuoi e che partito vuoi?”. Purtroppo la tradizione dei partiti di provenienza e la primissima tradizione del Pd oggi non consente a chi si candida di andare fino in fondo a queste domande. E questa terza figura vuole essere una figura di libertà.
Foglio: Per quali motivi non andrebbe votato Bersani e per quali motivi non andrebbe votato Franceschini?
Concia: Perché secondo me la logica con la quale si sono strutturati questi schieramenti – ovvero come guerra tra bande – non è condivisibile. A mio parere non riusciranno, con questa logica, ad andare oltre quella strutturazione e a costruire un’idea di paese e poi di partito.
Boccia: Io ieri ho trovato Bersani molto convincente. Ha risposto ad alcuni quesiti che gli avevamo posto. Avevamo incontrato Bersani più volte nelle settimane scorse, come del resto Franceschini. Noi gli avevamo posto alcuni quesiti molto netti, oggetto anche di un documento – “Indietro non si torna” – firmato da molti democratici. Cinque punti che con altre persone, compresa Paola, Pippo ed altri, avevamo condiviso, e per me quelli sono cinque punti irrinunciabili. Che hanno un comune denominatore di fondo: la centralità della persona che non può non essere il pilastro cardine su cui è stato costruito l’Ulivo e quindi il Pd. Bersani mi garantisce un partito solido, perché per costruire politiche fiscali, di welfare, sulla giustizia, sulla sanità, sull’istruzione significa non fare accordi di facciata con pezzi interi di gruppi organizzati, corporazioni, associazioni di interessi legittime ma che inevitabilmente hanno sfiancato questo paese negli ultimi venti anni, anche con la colpevole collusione del centro sinistra. Colpevole, colpevolissima. Le forme di controllo nel nostro partito di appartenenza sono mancate perché in realtà noi abbiamo avuto partiti ricchissimi al centro – lo dico anche con una fortissima critica al mio partito di provenienza, la Margherita, che pure io ho sempre definito “uno spazio politico” più che un partito. Ds e Margherita erano due partiti molto ricchi ma poveri di coraggio. Povertà di coraggio che noi abbiamo pagato, inutile nasconderlo, nel 1996 quando Rutelli da un lato e Fassino dall’altro non fanno l’accordo con Prodi sulle liste unitarie in tutta Italia. Quello è il momento nel quale noi abbiamo minato il progetto vero del Partito Democratico e dell’Ulivo. Perché da quel momento in poi è iniziata la parabola discendente che ha messo il centro-sinistra nelle condizioni di pareggiare le elezioni – che pure abbiamo detto di aver vinto, mentre aveva ragione Berlusconi, le avevo pareggiate – abbiamo fatto l’ultimo governo- armata Brancaleone e da quel momento in poi sono venute fuori tutte le contraddizioni. La soluzione è stata il “partito liquido”, leggero, con alcune suggestioni rispetto alle quali io ho avuto più di un confronto – leale e costruttivo – con Walter Veltroni. Non mi ha convinto la proposta. C’erano suggestioni ideali, vanificate dal “ma anche”, quindi da decisioni parziali, assolutamente sotterrate dal partito liquido. Comunque Veltroni, da quando si è dimesso, credo vada difeso come tutti i grandi leader del partito, anche perché ha dato un contributo importantissimo a questo partito. Detto questo, perché Bersani? Perché mi garantisce un partito solido, popolare, in parte dei circoli. Si è impegnato ieri a che il 90 per cento del finanziamento pubblico vada ai circoli. Io non voglio più vedere un partito che metta i cartelloni 6x3 a Orsara di Puglia. Bersani garantisce un partito che riparte dalla centralità della persona e che parte dalla centralità dei territori e dei circoli. E io penso si debba ripartire da qui. Penso che la distinzione tra Franceschini e Bersani non sia il tasso di sinistra di uno rispetto all’altro, o il tasso di garanzie del credo religioso di uno rispetto all’altro. Io penso che questo congresso sia il primo vero congresso del partito, con una contaminazione reale. Davvero mi auguro, per il partito, che ci sia un terzo o quarto candidato. Molti voteranno Franceschini non certo perché garantisce i principi cattolici, altrimenti sarebbe un errore per tutti.
Raciti: Fausto Raciti è stato convinto dal discorso di ieri di Bersani, è stato convinto dall’idea di provare a costruire un partito competitivo, con l’aspirazione di vincere le elezioni e andare al governo, individuando un sistema di alleanze, provando a tornare al senso del progetto dell’Ulivo. E’ stato convinto da un’idea precisa di profilo del Pd quale partito della sinistra riformista e liberale, attento a scorporativizzare la società italiana. E nonostante questo, non si stente parte di una guerra tra bande. Non crede che ci sia qualcuno che faccia parte del Pd e che interpreta il Pd e qualcuno che non lo fa. Penso ci siano interpretazioni diverse del Pd e che si debba permettere un elemento di verità su questo punto. Anche perché fino a oggi ogni dirigente che ha parlato di Pd ha parlato di una cosa diversa. E oggi paghiamo lo scotto di questo. Non voto Franceschini perché non sono stato convinto da alcuni passaggi della gestione degli ultimi mesi, primo quello del referendum. Ho avuto l’impressione, per quello che ho potuto sentire nel suo intervento video, che l’idea della funzione del Pd non sia definita sufficientemente. Non può bastare il tema del rinnovamento generazionale per giustificare una ricandidatura di un segretario.
Lioni. Io voterò Dario Franceschini perché è stato chiamato in una fase emergenziale e la mission affidatagli non era quella di vincere lo scudetto ma di salvare la squadra dalla retrocessione, e penso che ci sia riuscito. E’ un merito importante, visto che la situazione era davvero drammatica, anche dal punto di vista psicologico. C’era una fase di grande smarrimento collettivo nel nostro popolo. Poi ho sentito Bersani e la sua posizione sul partito che propone merita rispetto, è dignitosissima e per alcuni aspetti ha anche un’aura di nobiltà. Io vengo da un percorso “poco fashion” di fare politica nelle sezioni. Anche a livello quasi proustiano, per me l’odore della politica è l’odore della colla che si usa per attaccare i manifesti quando si esce la notte con gli altri iscritti. Quindi ho grandissimo rispetto per quel tipo di “cursus lavorum”. Ma quello è un modello che batte la fiacca, che non è in grado di intercettare nuove domande che la società presenta, e non solo per un capriccio di Veltroni, ma perché oggettivamente mi pare rispecchi quel modello che io – a 28 anni – ho conosciuto nei grandi film in bianco e nero di Peppne e Don Camillo, di quelle narrazioni di passione civile, impegno, grandi ideali, in cui i luoghi di aggregazione e di maturazione dell’identità erano gli oratori, le sezioni, le case del popolo. Questo è un mondo che merita grande rispetto, che non bisogna rinnegare perché si deve sempre essere orgogliosi delle nostre radici, ma che chiaramente è un modello distante dai fermenti della nuova società.
Concia: Io non credo si debbano rinnegare sezioni, circoli. La vita di un partito è anche quello, soprattutto quello. Il problema è come declinarla nella modernità. Come far vivere un circolo nel territorio. Perché oggi tra l’altro dobbiamo anche ringraziare molto quei quattro gatti che oggi fanno vivere quei circoli nel territorio. Il problema è che non bastano quelle persone, ci vogliono energie nuove, e necessariamente un’altra modalità di rapporto tra le sezioni e il territorio.
Boccia: Io volevo recuperare un tema, quello del progetto di società che noi stiamo proponendo. Io non mi appassiono all’analisi di quale partito costruirebbero gli avversari del mio segretario ideale. Intanto perché se restano candidati soltanto Franceschini e Bersani, il modello di Franceschini lo conosco già, è il partito attuale. Io per Dario ho molta stima personale, però Dario è stato vice di Veltroni per 18 mesi. E’ stato segretario in un momento difficilissimo, ma quando io ho creduto nell’Ulivo non credevo di retrocedere. Noi con l’Ulivo avremmo dovuto cambiare la società italiana. Avremmo dovuto definire un progetto di società che avevamo in mente, perché la differenza tra noi e il centro-destra è che noi ripartiamo dalla centralità dell’individuo, e le politiche diventano strumenti con i quali noi interveniamo sui mercati per far star meglio la gente. Questa è la differenza tra centrodestra e centrosinistra. Ma questi temi a un certo punto non sono stati più centrali nella nostra agenda, perché nel grande Truman show che abbiamo messo in piedi, le cose che abbiamo detto alla società italiana non sono state realizzate perché non abbiamo avuto il coraggio di rendere il partito autonomo. Non solo autonomo dai sindacati – questione che io pure pongo all’interno della mozione Bersani che sto contribuendo a scrivere – ma autonomo ma da tutti, anche dagli editori. Io la soffro la cappa…
Concia: E Nerozzi è d’accordo su questo?
Boccia: Io penso che l’innovazione la pratichino i ventenni, non i quarantenni, i cinquantenni. Se non altro perché l’innovazione, secondo me, è il coraggio di cambiare costumi, abitudini, che sì incidono sulla società. E un uomo o una donna di quarant’anni hanno già una certa strutturazione. Questo nuovismo però… Lo dice anche uno che fino a quattro anni fa non ha fatto vita di sezione, ha fatto l’iscritto a un partito, il sostenitore di una certa idea della politica, ma passando dodici ore al giorno a fare quello che fanno tutti gli italiani. Da quando sono dentro, mi rendo conto che ci sono alcuni meccanismi che sono da addetti ai lavori, che vengono utilizzati come clava da parte degli uni contro gli altri. Questo è un errore che non voglio sia fatto in questo congresso. Io voglio giudicare il progetto politico che mette sul tavolo Dario Franceschini, quello che mette sul tavolo Pierluigi Bersani e quello che metteranno in campo il terzo e il quarto candidato.
Concia: Ma così si rischia di restare agli slogan… Parliamo di valorizzazione dei talenti dagli anni Novanta…
Boccia: Io l’ho detto e l’ho scritto come fare. Io ho 41 anni e vado in pensione a 60 anni, i ragazzi di oggi non sanno che dovranno andare in pensione a 70 anni e nessuno ha il coraggio di dirglielo. Chi non ha questo coraggio è gente che andrà in pensione a 58 e ci andrà sulle spalle loro. Un partito riformista vero come il nostro propone la riforma previdenziale in questo paese, chiede a un pezzo di società che ha un tetto sulla propria testa di fare sacrifici per i ventenni e dà tutti i risparmi del welfare ai giovani. Se però hai un grande sindacato, o il partito degli editori, che dicono di no perché non è conveniente e tu non lo fai…
Foglio: Gran bel programma, ma perché non ti candidi tu al congresso?
Boccia: Perché penso che ogni cosa vada fatta nel momento giusto. Molti di noi – penso a Civati, Paola Concia e a molti altri che non sono qui - sono in grado di rappresentare il Partito Democratico quanto i candidati attuali, però penso che per guidare un grande partito di massa che deve intercettare più di 13-14 milioni di voti, è giusto farlo attraverso esperienze consolidate.
Concia: Obama ci ha messo quattro anni. Era un semplice deputato come noi e ha lanciato un percorso…
Civati: Era un consigliere regionale Obama praticamente! E ogni riferimento è puramente casuale.
Boccia: Io penso che uscirà un Obama, o una Obama, tra 4-5 anni, perché sarà anche il tempo giusto.
Foglio: Boccia, lei dice che c’è un tempo per ogni cosa. Il Corriere ha detto, riprendendo un’idea di Velardi, che gli Italiani vorrebbero un pazzo che scendesse in campo. Nessuno di voi si sente pazzo?
Boccia: Ma tu lo hai letto lo statuto? Se non hai il 15 per cento di iscritti, non arrivi a fare la gara finale.
Foglio: Non credete sia assurdo che persone che vogliano rinnovare il partito puntino su gente, come dire, un po’ vecchia?
Civati: Noi non stiamo puntando su nessuno! Abbiamo tanti altri difetti ma non questo. In noi c’è un tratto di lucida follia, come si dice. Bisogna avere però molta responsabilità. Io sono curioso delle altre candidature in campo e non le ritengo rivali, anzi ieri Debora Serracchiani ha innescato un meccanismo dal quale ci dobbiamo sottrarre tutti. Poi altri hanno fatto peggio di lei…
A noi interessa rappresentare una posizione politica che abbiamo raccolto attraversando i circoli. Per cui anche questa stronzata per cui noi saremmo sul web dalla mattina alla sera, francamente…magara! Abbiamo raccolto tanti entusiasmi e tante delusioni, abbiamo voluto provare a riscoprire uno spirito che se non era quello del Lingotto in termini di proposta precisa – su questo si può discutere, ma io ritenevo il discorso di Veltroni un clamoroso passo avanti; altri so, da ieri, non la pensano così, però a questo punto credo si debba rilanciare questo messaggio e lo si possa fare finalmente con un congresso nel quale si cercano finalmente anche delle soluzioni. Se poi Franceschini ne ha due, Bersani tre e il terzo uomo cinque – come penso io – vincerà il terzo uomo. Ma le soluzioni di ciascuno devono poi essere messe a disposizione di tutti. Penso ad esempio ad alcuni temi che mi ossessionano: sulla sicurezza e l’integrazione – che vengono insieme – io vorrei che questo partito trovasse una posizione comune per un anno e vedere l’effetto che fa, anche per precisare alcune questioni che qui al nord sono al centro del dibattito di tutti. Perché chi ha fatto banchetti elettorali, sa che ormai la sinistra si vota nonostante la sicurezza. Il tema è scappato di mano. Vorrei anche che si trovasse una qualche soluzione su cui si possa convergere per quel che riguarda il mercato del lavoro, sulla riforma del welfare. Il giovanilismo in sé non mi interessa, ma se il giovanilismo serve per porre una questione nei confronti di una generazione senza diritti, allora mi inizia a essere simpatico. Noi abbiamo poi fatto poi lo sforzo di coniugare l’innovazione in termini comunicativi, con la necessità di recuperare l’antica tradizione di militanza che è parte considerevole del nostro elettorato e del nostro partito. Vorrei quindi che superassimo, almeno noi, queste dicotomie da giornali, perché io sono un po’ dalemiano nella polemica con i giornali. Tipo Debora contro i vecchi o i vecchi contro Debora, sembra un film degli anni Settanta, un po’ porno tra l’altro.
Concia: Sullo scontro tra vecchio e nuovo, sappiamo benissimo che la mia interpretazione, come quella di Pippo, non è assolutamente questa. Un conto intercettare il rinnovamento, un conto è essere innovamento. Per questo io dico a Francesco: è vero che innovatori sono i giovani, ma allora anche Obama – che ha l’età mia – non potrebbe essere innovatore? Innovatore non è solo il giovane ma chi riesce a fare propria l’innovazioni e farsi contaminare da essa. Altrimenti non sei classe dirigente…
Lioni: Penso che nessuno ne faccia una questione anagrafica. Tu hai utilizzato un termine impegnativo, come “classe dirigente”. Tutte le realtà che sono nate intercettando grande attenzione su questo profilo generazionale, non è che siano fatte di passanti. Voi siete già classe dirigente. Insomma, anche tra i firmatari del documento dei quarantenni, ci sono ex-ministri ombra, c’è un segretario organizzativo del partito come Andrea Orlando… Questi fermenti sono comunque segni di vitalità, ma confermo come sia un po’ stucchevole e manichea la dicotomia tra buoni e cattivi, nuovi e vecchi. Detto questo, senza fare l’avvocato difensore di Debora Serracchiani, ma lei magari sarà stata un po’ ruvida, però a me non è sembrata né futile né superficiale. Oltre alla battuta della simpatia, poneva anche dei problemi, parlando anche di welfare, di laicità, indicava dei temi, tra i quali anche quello del ricambio generazionale.
Boccia: Chiediamo a Maltese di fare rewind e fare un’altra intervista, quella è venuta male.
Concia: Lei ha intercettato il grande desiderio di rinnovamento, ma c’è una differenza tra intercettarlo ed esserlo.
Boccia: Siccome conosco centinaia e centinaia di giovani del Pd – come Civati che ha una vagonata di preferenze per essere eletto –…Sai quanti Civati non serracchianizzati ci sono? E intendo cioè passati attraverso il meccanismo “critico il vertice – finisco sotto i riflettori – parlo al paese”. Tu dai a Civati e altri centinaia di ragazzi il potere, verrebbe fuori un altro Pd. Il problema è che, quando anche venisse fuori, che tipo di società proponi? Io l’altra volta ho fatto le primarie con Letta, candidando in assemblea nazionale soltanto ragazzi. Quando mi sento dire che con Bersani ci sono solo la nomenclatura e i vecchi, io mi incazzo.
Raciti: Noi sfuggiamo a un dettaglio. Ovvero noi parliamo di innovazione come un tema che sia capace di mobilitare chissà quali consensi. Però l’Italia è un paese profondamente conservatore, profondamente legato ad alcuni assetti sociali e ad alcune incrostazioni, un paese in cui l’innovazione non trascina automaticamente dietro di sé il consenso.
Concia: Stai dicendo una cosa pericolosissima…
Raciti: Oltre a ragionare di innovazione in relazione all’età delle nostre classi dirigenti, una classe dirigente nuova che si pone il problema di cambiare il paese, deve avere capacità, idee chiare, struttura, spalle, forza che non possono essere affidati alla leadership di cui parlavamo prima. Un partito a cosa serve? Serve perché se devo sfidare le incrostazioni consociative di questo paese, i blocchi che impediscono alla mia generazione di immaginare non dico un progetto di vita ma il modo per sbarcare il lunario, devo sfidare tante di quelle forze che non basta trovare la leadership solitaria che prende voti alle primarie. Serve una classe dirigente a partire dal territorio. Questa classe dirigente in grossa parte c’è già, ma non è mobilitata, è vittima di una discussione in cui i giovani non sono protagonisti del dibattito ma solo strumenti.
Concia: Attento Fausto a dire che l’innovazione non incontra immediatamente il consenso, perché io ho un’ambizione più alta…
Raciti: Le elezioni in Italia le vince Berlusconi…
Concia: Allora dobbiamo fare come Berlusconi? Allora fa bene il Pd a scimmiottare Berlusconi! Ma allora cosa lo facciamo a fare questo congresso? Se per te l’innovazione passa soltanto attraverso la ricerca del consenso, allora hai già perso. Perché il popolo italiano è un popolo di egoisti, con caratteristiche che ci impediscono di essere un popolo innovatore, ed è una delle ragioni per cui siamo indietro rispetto ad altri paesi. L’ambizione di un partito che vuole essere di governo, deve essere quella di essere riformisti, e il riformismo è anche molto radicale. Le riforme immediatamente non danno il consenso, ma creano cambiamento. Ha detto bene Francesco: se dai opportunità a tanti Serracchiani di salire sulla scena, poi dopo che ci fai? Io faccio da tempo una battaglia contro la cooptazione. Io sono stata cooptata, tutti siamo stati cooptati in Parlamento perché ci si andava solo così. Dopodiché se vuoi innovare e cambiare la cultura politica del partito, devi fare questo, aprire uno spazio in questo senso. Io credo ci voglia un circolo virtuoso: no al nuovo pilotato, sì al vecchio generoso. Se il nuovo è pilotato, non cambia nulla.
Civati: A me viene in mente il credo Niceo-costantiniano, ovvero “Generato non creato, della stessa sostanza del padre”… Ho l’impressione che molti innovatori siano innovatori di corrente. In passato ho visto anche innovatori transcorrentizi, con persone che sono riuscite a cambiare quattro mozioni. C’è una dinamica che è anche quella di avere un po’ di coraggio. Tra l’altro il libro della Serracchiani si intitola “Il coraggio che manca”. Per cui ci vuole la capacità, pur da giovani, di formarsi un profilo, che poi può essere utile o meno, ma comunque cercare di mettere un po’ da parentesi le provenienze. Io ho visto i capi storici di questa tradizione di centro-sinistra essere molto in difficoltà. A partire da Prodi e Veltroni che litigano, ovvero il ticket di dieci anni fa che si è rovesciato. E questo mi dispiace, crea confusione in una consistente parte degli elettori. Mi sembra che lo stesso D’Alema abbia avuto delle uscite infelici, che hanno considerato l’avvio della campagna di Bersani. Lo dico serenamente, quando uno dice “a questo punto Pierluigi ha vinto”, non gli fa un piacere. In crisi i nostri “padri”, forse è il caso che ciascuno di noi consideri questo congresso non come una occasione di narcisismo ma come un’occasione per valutare quello che sa fare e metterlo a disposizione.
Foglio: Domanda semplice. Perché non ammettete che l’unico futuro possibile per il Partito democratico è quello di creare un grande contenitore, un gigantesco partito in stile americano, in grado di mettere insieme tutte le forze e tutte le anime del centrosinistra?
Boccia: E’ una provocazione. E’ inutile nascondere che gli assetti istituzionali non sono indifferenti. Non possiamo pensare di andare verso il bipartitismo a livello nazionale e poi sul territorio avere un paese che va sempre più verso una maggiore autonomia locale, come succede da almeno 15 anni. Se il modello di raccolta delle istanze su scala territoriale è un modello tradizionale, poi non puoi pensare che a livello nazionale si usi un metodo di raccolta delle istanze di tipo diverso. Questa schizofrenia è il regalo che ci fa la Seconda Repubblica. Bisogna essere seri: abbiamo regioni sempre più simili a piccoli stati, ma che hanno bisogno di uno stato snello ma forte…. Se vivessi negli Stati Uniti, sì, sarebbe possibile. Ma tu lo vedi un grande partito americano che sintetizza tutte le istanze da Reggio Calabria a Milano? O noi mettiamo sul tavolo, a congresso, un certo modello di autonomia territoriale, con segretari regionali che non prendono ordini da Roma…allora a quel punto sì. Oggi è un’utopia. Fai il Pd federale, con autonomia reale dei territori, e poi forse puoi costruire anche un grande partito di massa partendo dal basso. Ma solo in quel caso, secondo me.
Concia: Io non sono contraria a questo modello di partito, del tutti dentro. Ma c’è un particolare non irrilevante, ovvero che noi abbiamo una sinistra – fuori dal Pd – che ha uno spasmodico bisogno identitario. La frammentazione della sinistra è un cancro per la stessa. Non solo il Pd si deve ripensare, ma anche la sinistra cosiddetta radicale. Io non la considero radicale, ma anche loro si devono ripensare. Se oggi dicessero a Obama “sei di sinistra”, lui non si offenderebbe. Franceschini non lo so…
Lioni. Secondo me invece Franceschini non si offende e Obama sì, visto che in America c’è un’allergia verso tutto ciò che evoca il maccartismo. Quando andai a fare un po’ di volontariato per la sua campagna, lui in quei giorni usò l’espressione “ridistribuzione della ricchezza” e secondo quei parametri era al limite del bolscevismo, però poi ha vinto. Ma non sono d’accordo con Paola sulla sua riflessione sull’Italia. Temo che con la tua impostazione, secondo cui il paese sarebbe conservatore e incivile. Io ho una buona idea dell’Italia, credo sia migliore di come spesso viene rappresentata. Penso anzi che il Pd debba assomigliare un po’ più all’Italia, perché c’è un’Italia di coesione sociale, di valori… Non vorrei che dietro quella lettura del paese ci fosse invece un meccanismo dannosissimo per la sinistra, ovvero un atteggiamento snobistico, uno storico complesso di superiorità della sinistra italiana.
Concia: No, io non sono dalemiana da questo punto di vista. Io ho grande rispetto per quelli che votano a destra.
Lioni. Io lo dico come riflessione generale. Io mi occupo di terzo settore, sto spesso con giovani meravigliosi – che fanno scout, volontariato, lavorano per Ong – ma ciò non vuol dire che dobbiamo rinunciare a interloquire con chi magari guarda i programmi di Maria De Filippi.
Concia: Però il fatto che siamo un paese che si sta richiudendo su se stesso, che il livello di civiltà sia più basso di quanto avviene in Europa, non parlo di quelli che votano Berlusconi per i quali ho un grande rispetto. Parlo di tutti noi, compresa me stessa.
Foglio: Sono i giovani politici italiani che non riescono a ottenere risultati, perché sono molto scarsi, oppure la difficoltà di rinnovare questo partito, non so, è frutto di un complotto?
Civati: Ho una storia politica un po’ eretica, ho sempre lottato per fare cose diverse, nuove, un po’ come Bersani che dove arriva, innova, e anche io ho cercato di fare un po’ questa cosa. Da qualche mese non mi sarei aspettato tanta attenzione. Insieme con Paola e tanti amici, abbiamo fatto delle cose perché ci credevamo. Ma quando inizi a frequentare una scena politica più ampia di quella cui sei abituato, ti muovi anche con grande serenità, perché sai di essere modesto – non perché lo sei. E’ vero che il posto bisogna andarselo a prendere, ma anche la nascita di Obama – che tanti di noi citano un po’ a macchinetta – non è la nascita di uno che si è fatto da solo. Ha fatto una carriera abbastanza ruvida nel suo Stato, si è fatto largo, l’ha spuntata anche per gli scandali che hanno coinvolto i suoi sfidanti, e ci mette comunque quattro anni, scrive due libri e viene – qui è il punto – sostenuto da tutti quelli che non stanno con i Clinton, dalla periferia dell’impero. E’ stato un processo di costruzione molto lento e le domande non sono mancate. Durante la campagna ci si chiedeva: where is the beef? Anche lui era considerato un giovinastro, per di più afro-americano. Lì si dimostra come l’innovatore, anche simbolico, possa avere una presa superiore – pur scontando all’inizio un certo handicap. Anche nel nostro paese sarebbe impensabile che un gay, o una persona di colore…siamo molto più indietro.
Lioni: Ma dicevano così anche in Puglia, a volte la società è sottovalutata. Quando Nichi vinse le primarie contro Francesco, D’Alema disse: “Ha vinto le primarie ma non vincerà mai le regionali”. Spesso gli italiani sono più avanti, se noi questo rinnovamento glielo proponiamo…
Foglio: Io voglio chiedere a Fausto una cosa: nelle vecchie tradizioni, i giovani comunisti ad esempio, per creare un ricambio di classe dirigente i giovani non vanno ad aggregarsi per sponsorizzare i vecchi capi della politica, creano soluzioni alternative. Allora tu Fauso, perché appoggi direttamente un vecchio dirigente del PD e non ti aggreghi con persone come Pippo che propongono un ricambio?
Raciti: Io, da persona umile, sapendo di avere 25 anni, non mi sento all’altezza di poter pensare di fare segretario del Pd. E non penso che le soluzioni si trovino a prescindere. Cioè il tema di cui devo discutere non è quello dell’età o il cursus honorum di Bersani o di Franceschini. Io ho ascoltato cosa hanno avuto da dire e fino ad ora sono gli unici scesi in campo, e dico che c’è una idea che mi convince di più.
Concia: E se ci fosse un terzo candidato?
Foglio: Giuseppe, sai che se ti candidi Raciti ti vota?
Civati: Se fosse vero mi candiderei volentieri…
Raciti: Io dico un'altra cosa, che il tratto che fa la differenza tra innovatori e conservatori non è quello di carattere anagrafico o legato alla carriera. Non mi chiudo rispetto a un ipotetico terzo.
Civati: A proposito di quest’idea io la penso così. C’è un 40 per cento dell’elettorato che anche nei momenti peggiori vota centro-sinistra. Io credo che ci dobbiamo rivolgere a questo 40 per cento nel suo complesso. L’idea di avere un partitino gestibile, una cosa a tre, non mi interessa per niente. Se posso lanciare un appello che a Ferrara potrebbe piacere molto: non parliamo più di “vocazione maggioritaria”, che a me pare una cosa tra il curiale e non so cosa. Chiamiamola “una sfida del centrosinistra”, che è quello che è. Noi dobbiamo innovare per conto della sinistra radicale, per conto dei verdi e di un certo dipietrismo di protesta che non serve, e anche del sindacato. Il riformismo si deve fare carico anche di questo.
Raciti: Piuttosto che la domanda “tutti dentro o no?”, io mi chiederei “tutti dentro per cosa?”. Per governare questo paese o per dichiararci minoranza culturale come abbiamo fatto alle ultime elezioni politiche alleandoci con Tonino Di Pietro? Questo è il problema. Se noi vogliamo cambiare i tratti morali della società italiana, ci avevano già provato gli azionisti nel dopoguerra e presero il 2,6 per cento. Diciamocela tutta: in Italia ci sono alcune tradizioni culturali storiche e il percorso della Seconda repubblica ha consegnato questo paese a Berlusconi, che è un modo preciso di intendere la politica. Per me governare questo paese, significa fare l’opposto di quello che ha proposto il Foglio: Significa abbandonare l’idea per cui bastano un leader e il popolo, ma ritornare all’idea di costruire in questo paese dei partiti, dei collettivi politici cioè delle classi dirigenti.
Lioni: “Collettivi politici” è quasi peggio di “piattaforma programmatica”… Comunque, il tutti dentro il Pd è una suggestione bella, come orizzonte per il futuro. Avviene così per i Laburisti inglesi che vanno dai trotzkisti ai liberal. Quello è un partito frame dove convivono diverse anime che trovano una sintesi. Penso che come orizzonte futuribile e da seguire possa essere anche una suggestione bella, ma per la generazione mia e quella di Fausto. Ma pensare ora di riaprire un cantiere, si rischia di trasformare tutto in una transizione infinita. Io ho 28 anni e ho fatto in tempo a essere nei Giovani popolari che poi si sono sciolti, poi nella Margherita, poi questa si è unita con l’Asinello, poi si è sciolta ed è confluita nel Pd. Aprire un nuovo cantiere mi mette ansia. Va bene il senso di precarietà e di inquietudine che caratterizza la nostra generazione, però vorrei che il Pd iniziasse intanto a consolidarsi.
Foglio: Civati quale parola vorrebbe eliminare dal vocabolario del Pd?
Civati: Se mi dai un’intera pagina di giornale… Qualche tempo fa, con un amico mio, ci inventammo “i luogocomunismi”, ovvero l’insieme di espressioni da non utilizzare e sicuramente una parola che ieri ho visto rettificare in corsa da Bersani è “piattaforma”. Quella battuta di Debora Serracchiani l’avevo già fatta. Conoscendo un certo ambientalismo di Bersani, pensavo si riferisse alla piattaforma petrolifera. La piattaforma è una parola che dà l’idea di una staticità che tra l’altro Bersani ripropone quando parla di “identità”. L’identità – dice un grande filosofo – va sempre presa sotto l’idea di cancellarla immediatamente. L’identità va affermata attraverso le cose che si dicono, non in base a quello che si è da sempre. Questo è un tema che Veltroni ha provato a portare avanti, poi magari non sempre ci è riuscito. Io penso al Bersani della mia età che non aveva il telefonino, non aveva internet, non aveva gli immigrati, non aveva l’ambientalismo come lo concepiamo adesso, non aveva i precari. Viveva in un mondo diverso. E anche io ho visto cambiare nella mia attività politica l’agenda in modo vertiginoso. E purtroppo, troppo spesso, non l’abbiamo cambiata noi quell’agenda. Dobbiamo capire la direzione da prendere, costruire la nostra identità se vogliamo chiamarla così. Io su questo sono molto netto, un Obama dieci anni fa non esisteva e non poteva esistere. E Obama non ha una identità forse? Quindi la sintesi è O-Bauman. Ora vi saluterei perché ho cinque miliardi di cosette da fare qui in regione, che è la mia vita vera.
Raciti: Io se dovessi scegliere una frase che va cancellata direi “instradare il rinnovamento”, dietro la quale si nasconde una sottile ipocrisia. Se c’è qualcuno in grado di farlo il rinnovamento, guardate che lo farà. Non appena ci sarà una generazione pronta a farsi largo, questa lo farà. Fino a quel momento, tutto il dibattito prodotto dai media – da questo quotidiano che tende a diventare il succedaneo rosso di Repubblica (dice indicando l’Unità, ndr) – è costruito sul nulla. Stiamo iniziando solo ora a parlare dell’identità e di cosa deve fare il Pd. Attenzione al dibattito sull’identità, perché tutto quello che diceva Paola sui limiti del Pd, derivano da una incapacità di capirsi su cosa il Pd.
Concia: Io vorrei cancellare la frase “promuovere i talenti”, perché nessuno di quelli che la usa ha mai letto “L’ascesa della classe creativa” di Richard Florida.
Sono Giuseppe Civati, faccio il consigliere regionale del Partito democratico, finché esiste il Partito Democratico.
Sono Francesco Boccia, deputato, pugliese, esperto diciamo di primarie: sul campo.
Sono Paola Concia, deputata del Pd, pugliese d’adozione, esperta di Partito democratico.
Sono Fausto Raciti, siciliano, di Acireale, segretario nazionale dei Giovani Democratici.
Sono Gianluca Lioni, sono sardo della Maddalena, sono responsabile associazionismo e terzo settore del Partito democratico, ho 28 anni e li porto molto male
Foglio: Prima domanda: per chi voterete al prossimo congresso del Pd?
Civati: Per il terzo uomo!
Foglio: E chi è?
Civati: Non si può dire…
Foglio: Noi lo sappiamo: è un tale che si occupa di medicina. Mai sentito parlare di Ignazio Marino?
Civati: Può essere, fuocherello…
Concia: Fuochino!
Foglio: Spiegate: un terzo uomo a che serve?
Civati: Un terzo uomo è fondamentale perché noi crediamo che esista molto più Pd di quanto i due candidati abbiano rappresentato sinora. C’è bisogno di una terza forza per rendere un po’ più costruttivo questo dibattito che mi sembra sia iniziato nel modo più cattivo e stupido possibile. Almeno prima dell’intervento di Bersani, che ha posto dei temi sul tavolo. Fino ad allora erano volate sassate da tutte le parti. Noi crediamo di poter svolgere un ruolo molto costruttivo sostenendo una terza figura libera, come il vento, e capace forse di portare un po’ di vento in poppa al Pd.
Foglio: E perché allora si sono presentati Bersani e Franceschini?
Civati: Si sono presentati perché fortunatamente, nonostante lo statuto incredibile, ci si può ancora presentare. Mancava solo la norma che dicesse “è vietato presentarsi come segretari nazionali”.
Concia: Io voterò per il terzo uomo.
Foglio: E chi sarà?
Concia: E’ una sorpresa. Si saprà presto, anche per ragioni oggettive.
Foglio: Se si candidasse Ignazio Marino sarebbe il terzo uomo?
Concia: Oggettivamente sì. C’è bisogno di uno spazio per andare oltre la guerra tra bande, per andare oltre il dover rispondere soltanto alla domanda “con chi stai?”, ma piuttosto “che Paese vuoi e che partito vuoi?”. Purtroppo la tradizione dei partiti di provenienza e la primissima tradizione del Pd oggi non consente a chi si candida di andare fino in fondo a queste domande. E questa terza figura vuole essere una figura di libertà.
Foglio: Per quali motivi non andrebbe votato Bersani e per quali motivi non andrebbe votato Franceschini?
Concia: Perché secondo me la logica con la quale si sono strutturati questi schieramenti – ovvero come guerra tra bande – non è condivisibile. A mio parere non riusciranno, con questa logica, ad andare oltre quella strutturazione e a costruire un’idea di paese e poi di partito.
Boccia: Io ieri ho trovato Bersani molto convincente. Ha risposto ad alcuni quesiti che gli avevamo posto. Avevamo incontrato Bersani più volte nelle settimane scorse, come del resto Franceschini. Noi gli avevamo posto alcuni quesiti molto netti, oggetto anche di un documento – “Indietro non si torna” – firmato da molti democratici. Cinque punti che con altre persone, compresa Paola, Pippo ed altri, avevamo condiviso, e per me quelli sono cinque punti irrinunciabili. Che hanno un comune denominatore di fondo: la centralità della persona che non può non essere il pilastro cardine su cui è stato costruito l’Ulivo e quindi il Pd. Bersani mi garantisce un partito solido, perché per costruire politiche fiscali, di welfare, sulla giustizia, sulla sanità, sull’istruzione significa non fare accordi di facciata con pezzi interi di gruppi organizzati, corporazioni, associazioni di interessi legittime ma che inevitabilmente hanno sfiancato questo paese negli ultimi venti anni, anche con la colpevole collusione del centro sinistra. Colpevole, colpevolissima. Le forme di controllo nel nostro partito di appartenenza sono mancate perché in realtà noi abbiamo avuto partiti ricchissimi al centro – lo dico anche con una fortissima critica al mio partito di provenienza, la Margherita, che pure io ho sempre definito “uno spazio politico” più che un partito. Ds e Margherita erano due partiti molto ricchi ma poveri di coraggio. Povertà di coraggio che noi abbiamo pagato, inutile nasconderlo, nel 1996 quando Rutelli da un lato e Fassino dall’altro non fanno l’accordo con Prodi sulle liste unitarie in tutta Italia. Quello è il momento nel quale noi abbiamo minato il progetto vero del Partito Democratico e dell’Ulivo. Perché da quel momento in poi è iniziata la parabola discendente che ha messo il centro-sinistra nelle condizioni di pareggiare le elezioni – che pure abbiamo detto di aver vinto, mentre aveva ragione Berlusconi, le avevo pareggiate – abbiamo fatto l’ultimo governo- armata Brancaleone e da quel momento in poi sono venute fuori tutte le contraddizioni. La soluzione è stata il “partito liquido”, leggero, con alcune suggestioni rispetto alle quali io ho avuto più di un confronto – leale e costruttivo – con Walter Veltroni. Non mi ha convinto la proposta. C’erano suggestioni ideali, vanificate dal “ma anche”, quindi da decisioni parziali, assolutamente sotterrate dal partito liquido. Comunque Veltroni, da quando si è dimesso, credo vada difeso come tutti i grandi leader del partito, anche perché ha dato un contributo importantissimo a questo partito. Detto questo, perché Bersani? Perché mi garantisce un partito solido, popolare, in parte dei circoli. Si è impegnato ieri a che il 90 per cento del finanziamento pubblico vada ai circoli. Io non voglio più vedere un partito che metta i cartelloni 6x3 a Orsara di Puglia. Bersani garantisce un partito che riparte dalla centralità della persona e che parte dalla centralità dei territori e dei circoli. E io penso si debba ripartire da qui. Penso che la distinzione tra Franceschini e Bersani non sia il tasso di sinistra di uno rispetto all’altro, o il tasso di garanzie del credo religioso di uno rispetto all’altro. Io penso che questo congresso sia il primo vero congresso del partito, con una contaminazione reale. Davvero mi auguro, per il partito, che ci sia un terzo o quarto candidato. Molti voteranno Franceschini non certo perché garantisce i principi cattolici, altrimenti sarebbe un errore per tutti.
Raciti: Fausto Raciti è stato convinto dal discorso di ieri di Bersani, è stato convinto dall’idea di provare a costruire un partito competitivo, con l’aspirazione di vincere le elezioni e andare al governo, individuando un sistema di alleanze, provando a tornare al senso del progetto dell’Ulivo. E’ stato convinto da un’idea precisa di profilo del Pd quale partito della sinistra riformista e liberale, attento a scorporativizzare la società italiana. E nonostante questo, non si stente parte di una guerra tra bande. Non crede che ci sia qualcuno che faccia parte del Pd e che interpreta il Pd e qualcuno che non lo fa. Penso ci siano interpretazioni diverse del Pd e che si debba permettere un elemento di verità su questo punto. Anche perché fino a oggi ogni dirigente che ha parlato di Pd ha parlato di una cosa diversa. E oggi paghiamo lo scotto di questo. Non voto Franceschini perché non sono stato convinto da alcuni passaggi della gestione degli ultimi mesi, primo quello del referendum. Ho avuto l’impressione, per quello che ho potuto sentire nel suo intervento video, che l’idea della funzione del Pd non sia definita sufficientemente. Non può bastare il tema del rinnovamento generazionale per giustificare una ricandidatura di un segretario.
Lioni. Io voterò Dario Franceschini perché è stato chiamato in una fase emergenziale e la mission affidatagli non era quella di vincere lo scudetto ma di salvare la squadra dalla retrocessione, e penso che ci sia riuscito. E’ un merito importante, visto che la situazione era davvero drammatica, anche dal punto di vista psicologico. C’era una fase di grande smarrimento collettivo nel nostro popolo. Poi ho sentito Bersani e la sua posizione sul partito che propone merita rispetto, è dignitosissima e per alcuni aspetti ha anche un’aura di nobiltà. Io vengo da un percorso “poco fashion” di fare politica nelle sezioni. Anche a livello quasi proustiano, per me l’odore della politica è l’odore della colla che si usa per attaccare i manifesti quando si esce la notte con gli altri iscritti. Quindi ho grandissimo rispetto per quel tipo di “cursus lavorum”. Ma quello è un modello che batte la fiacca, che non è in grado di intercettare nuove domande che la società presenta, e non solo per un capriccio di Veltroni, ma perché oggettivamente mi pare rispecchi quel modello che io – a 28 anni – ho conosciuto nei grandi film in bianco e nero di Peppne e Don Camillo, di quelle narrazioni di passione civile, impegno, grandi ideali, in cui i luoghi di aggregazione e di maturazione dell’identità erano gli oratori, le sezioni, le case del popolo. Questo è un mondo che merita grande rispetto, che non bisogna rinnegare perché si deve sempre essere orgogliosi delle nostre radici, ma che chiaramente è un modello distante dai fermenti della nuova società.
Concia: Io non credo si debbano rinnegare sezioni, circoli. La vita di un partito è anche quello, soprattutto quello. Il problema è come declinarla nella modernità. Come far vivere un circolo nel territorio. Perché oggi tra l’altro dobbiamo anche ringraziare molto quei quattro gatti che oggi fanno vivere quei circoli nel territorio. Il problema è che non bastano quelle persone, ci vogliono energie nuove, e necessariamente un’altra modalità di rapporto tra le sezioni e il territorio.
Boccia: Io volevo recuperare un tema, quello del progetto di società che noi stiamo proponendo. Io non mi appassiono all’analisi di quale partito costruirebbero gli avversari del mio segretario ideale. Intanto perché se restano candidati soltanto Franceschini e Bersani, il modello di Franceschini lo conosco già, è il partito attuale. Io per Dario ho molta stima personale, però Dario è stato vice di Veltroni per 18 mesi. E’ stato segretario in un momento difficilissimo, ma quando io ho creduto nell’Ulivo non credevo di retrocedere. Noi con l’Ulivo avremmo dovuto cambiare la società italiana. Avremmo dovuto definire un progetto di società che avevamo in mente, perché la differenza tra noi e il centro-destra è che noi ripartiamo dalla centralità dell’individuo, e le politiche diventano strumenti con i quali noi interveniamo sui mercati per far star meglio la gente. Questa è la differenza tra centrodestra e centrosinistra. Ma questi temi a un certo punto non sono stati più centrali nella nostra agenda, perché nel grande Truman show che abbiamo messo in piedi, le cose che abbiamo detto alla società italiana non sono state realizzate perché non abbiamo avuto il coraggio di rendere il partito autonomo. Non solo autonomo dai sindacati – questione che io pure pongo all’interno della mozione Bersani che sto contribuendo a scrivere – ma autonomo ma da tutti, anche dagli editori. Io la soffro la cappa…
Concia: E Nerozzi è d’accordo su questo?
Boccia: Io penso che l’innovazione la pratichino i ventenni, non i quarantenni, i cinquantenni. Se non altro perché l’innovazione, secondo me, è il coraggio di cambiare costumi, abitudini, che sì incidono sulla società. E un uomo o una donna di quarant’anni hanno già una certa strutturazione. Questo nuovismo però… Lo dice anche uno che fino a quattro anni fa non ha fatto vita di sezione, ha fatto l’iscritto a un partito, il sostenitore di una certa idea della politica, ma passando dodici ore al giorno a fare quello che fanno tutti gli italiani. Da quando sono dentro, mi rendo conto che ci sono alcuni meccanismi che sono da addetti ai lavori, che vengono utilizzati come clava da parte degli uni contro gli altri. Questo è un errore che non voglio sia fatto in questo congresso. Io voglio giudicare il progetto politico che mette sul tavolo Dario Franceschini, quello che mette sul tavolo Pierluigi Bersani e quello che metteranno in campo il terzo e il quarto candidato.
Concia: Ma così si rischia di restare agli slogan… Parliamo di valorizzazione dei talenti dagli anni Novanta…
Boccia: Io l’ho detto e l’ho scritto come fare. Io ho 41 anni e vado in pensione a 60 anni, i ragazzi di oggi non sanno che dovranno andare in pensione a 70 anni e nessuno ha il coraggio di dirglielo. Chi non ha questo coraggio è gente che andrà in pensione a 58 e ci andrà sulle spalle loro. Un partito riformista vero come il nostro propone la riforma previdenziale in questo paese, chiede a un pezzo di società che ha un tetto sulla propria testa di fare sacrifici per i ventenni e dà tutti i risparmi del welfare ai giovani. Se però hai un grande sindacato, o il partito degli editori, che dicono di no perché non è conveniente e tu non lo fai…
Foglio: Gran bel programma, ma perché non ti candidi tu al congresso?
Boccia: Perché penso che ogni cosa vada fatta nel momento giusto. Molti di noi – penso a Civati, Paola Concia e a molti altri che non sono qui - sono in grado di rappresentare il Partito Democratico quanto i candidati attuali, però penso che per guidare un grande partito di massa che deve intercettare più di 13-14 milioni di voti, è giusto farlo attraverso esperienze consolidate.
Concia: Obama ci ha messo quattro anni. Era un semplice deputato come noi e ha lanciato un percorso…
Civati: Era un consigliere regionale Obama praticamente! E ogni riferimento è puramente casuale.
Boccia: Io penso che uscirà un Obama, o una Obama, tra 4-5 anni, perché sarà anche il tempo giusto.
Foglio: Boccia, lei dice che c’è un tempo per ogni cosa. Il Corriere ha detto, riprendendo un’idea di Velardi, che gli Italiani vorrebbero un pazzo che scendesse in campo. Nessuno di voi si sente pazzo?
Boccia: Ma tu lo hai letto lo statuto? Se non hai il 15 per cento di iscritti, non arrivi a fare la gara finale.
Foglio: Non credete sia assurdo che persone che vogliano rinnovare il partito puntino su gente, come dire, un po’ vecchia?
Civati: Noi non stiamo puntando su nessuno! Abbiamo tanti altri difetti ma non questo. In noi c’è un tratto di lucida follia, come si dice. Bisogna avere però molta responsabilità. Io sono curioso delle altre candidature in campo e non le ritengo rivali, anzi ieri Debora Serracchiani ha innescato un meccanismo dal quale ci dobbiamo sottrarre tutti. Poi altri hanno fatto peggio di lei…
A noi interessa rappresentare una posizione politica che abbiamo raccolto attraversando i circoli. Per cui anche questa stronzata per cui noi saremmo sul web dalla mattina alla sera, francamente…magara! Abbiamo raccolto tanti entusiasmi e tante delusioni, abbiamo voluto provare a riscoprire uno spirito che se non era quello del Lingotto in termini di proposta precisa – su questo si può discutere, ma io ritenevo il discorso di Veltroni un clamoroso passo avanti; altri so, da ieri, non la pensano così, però a questo punto credo si debba rilanciare questo messaggio e lo si possa fare finalmente con un congresso nel quale si cercano finalmente anche delle soluzioni. Se poi Franceschini ne ha due, Bersani tre e il terzo uomo cinque – come penso io – vincerà il terzo uomo. Ma le soluzioni di ciascuno devono poi essere messe a disposizione di tutti. Penso ad esempio ad alcuni temi che mi ossessionano: sulla sicurezza e l’integrazione – che vengono insieme – io vorrei che questo partito trovasse una posizione comune per un anno e vedere l’effetto che fa, anche per precisare alcune questioni che qui al nord sono al centro del dibattito di tutti. Perché chi ha fatto banchetti elettorali, sa che ormai la sinistra si vota nonostante la sicurezza. Il tema è scappato di mano. Vorrei anche che si trovasse una qualche soluzione su cui si possa convergere per quel che riguarda il mercato del lavoro, sulla riforma del welfare. Il giovanilismo in sé non mi interessa, ma se il giovanilismo serve per porre una questione nei confronti di una generazione senza diritti, allora mi inizia a essere simpatico. Noi abbiamo poi fatto poi lo sforzo di coniugare l’innovazione in termini comunicativi, con la necessità di recuperare l’antica tradizione di militanza che è parte considerevole del nostro elettorato e del nostro partito. Vorrei quindi che superassimo, almeno noi, queste dicotomie da giornali, perché io sono un po’ dalemiano nella polemica con i giornali. Tipo Debora contro i vecchi o i vecchi contro Debora, sembra un film degli anni Settanta, un po’ porno tra l’altro.
Concia: Sullo scontro tra vecchio e nuovo, sappiamo benissimo che la mia interpretazione, come quella di Pippo, non è assolutamente questa. Un conto intercettare il rinnovamento, un conto è essere innovamento. Per questo io dico a Francesco: è vero che innovatori sono i giovani, ma allora anche Obama – che ha l’età mia – non potrebbe essere innovatore? Innovatore non è solo il giovane ma chi riesce a fare propria l’innovazioni e farsi contaminare da essa. Altrimenti non sei classe dirigente…
Lioni: Penso che nessuno ne faccia una questione anagrafica. Tu hai utilizzato un termine impegnativo, come “classe dirigente”. Tutte le realtà che sono nate intercettando grande attenzione su questo profilo generazionale, non è che siano fatte di passanti. Voi siete già classe dirigente. Insomma, anche tra i firmatari del documento dei quarantenni, ci sono ex-ministri ombra, c’è un segretario organizzativo del partito come Andrea Orlando… Questi fermenti sono comunque segni di vitalità, ma confermo come sia un po’ stucchevole e manichea la dicotomia tra buoni e cattivi, nuovi e vecchi. Detto questo, senza fare l’avvocato difensore di Debora Serracchiani, ma lei magari sarà stata un po’ ruvida, però a me non è sembrata né futile né superficiale. Oltre alla battuta della simpatia, poneva anche dei problemi, parlando anche di welfare, di laicità, indicava dei temi, tra i quali anche quello del ricambio generazionale.
Boccia: Chiediamo a Maltese di fare rewind e fare un’altra intervista, quella è venuta male.
Concia: Lei ha intercettato il grande desiderio di rinnovamento, ma c’è una differenza tra intercettarlo ed esserlo.
Boccia: Siccome conosco centinaia e centinaia di giovani del Pd – come Civati che ha una vagonata di preferenze per essere eletto –…Sai quanti Civati non serracchianizzati ci sono? E intendo cioè passati attraverso il meccanismo “critico il vertice – finisco sotto i riflettori – parlo al paese”. Tu dai a Civati e altri centinaia di ragazzi il potere, verrebbe fuori un altro Pd. Il problema è che, quando anche venisse fuori, che tipo di società proponi? Io l’altra volta ho fatto le primarie con Letta, candidando in assemblea nazionale soltanto ragazzi. Quando mi sento dire che con Bersani ci sono solo la nomenclatura e i vecchi, io mi incazzo.
Raciti: Noi sfuggiamo a un dettaglio. Ovvero noi parliamo di innovazione come un tema che sia capace di mobilitare chissà quali consensi. Però l’Italia è un paese profondamente conservatore, profondamente legato ad alcuni assetti sociali e ad alcune incrostazioni, un paese in cui l’innovazione non trascina automaticamente dietro di sé il consenso.
Concia: Stai dicendo una cosa pericolosissima…
Raciti: Oltre a ragionare di innovazione in relazione all’età delle nostre classi dirigenti, una classe dirigente nuova che si pone il problema di cambiare il paese, deve avere capacità, idee chiare, struttura, spalle, forza che non possono essere affidati alla leadership di cui parlavamo prima. Un partito a cosa serve? Serve perché se devo sfidare le incrostazioni consociative di questo paese, i blocchi che impediscono alla mia generazione di immaginare non dico un progetto di vita ma il modo per sbarcare il lunario, devo sfidare tante di quelle forze che non basta trovare la leadership solitaria che prende voti alle primarie. Serve una classe dirigente a partire dal territorio. Questa classe dirigente in grossa parte c’è già, ma non è mobilitata, è vittima di una discussione in cui i giovani non sono protagonisti del dibattito ma solo strumenti.
Concia: Attento Fausto a dire che l’innovazione non incontra immediatamente il consenso, perché io ho un’ambizione più alta…
Raciti: Le elezioni in Italia le vince Berlusconi…
Concia: Allora dobbiamo fare come Berlusconi? Allora fa bene il Pd a scimmiottare Berlusconi! Ma allora cosa lo facciamo a fare questo congresso? Se per te l’innovazione passa soltanto attraverso la ricerca del consenso, allora hai già perso. Perché il popolo italiano è un popolo di egoisti, con caratteristiche che ci impediscono di essere un popolo innovatore, ed è una delle ragioni per cui siamo indietro rispetto ad altri paesi. L’ambizione di un partito che vuole essere di governo, deve essere quella di essere riformisti, e il riformismo è anche molto radicale. Le riforme immediatamente non danno il consenso, ma creano cambiamento. Ha detto bene Francesco: se dai opportunità a tanti Serracchiani di salire sulla scena, poi dopo che ci fai? Io faccio da tempo una battaglia contro la cooptazione. Io sono stata cooptata, tutti siamo stati cooptati in Parlamento perché ci si andava solo così. Dopodiché se vuoi innovare e cambiare la cultura politica del partito, devi fare questo, aprire uno spazio in questo senso. Io credo ci voglia un circolo virtuoso: no al nuovo pilotato, sì al vecchio generoso. Se il nuovo è pilotato, non cambia nulla.
Civati: A me viene in mente il credo Niceo-costantiniano, ovvero “Generato non creato, della stessa sostanza del padre”… Ho l’impressione che molti innovatori siano innovatori di corrente. In passato ho visto anche innovatori transcorrentizi, con persone che sono riuscite a cambiare quattro mozioni. C’è una dinamica che è anche quella di avere un po’ di coraggio. Tra l’altro il libro della Serracchiani si intitola “Il coraggio che manca”. Per cui ci vuole la capacità, pur da giovani, di formarsi un profilo, che poi può essere utile o meno, ma comunque cercare di mettere un po’ da parentesi le provenienze. Io ho visto i capi storici di questa tradizione di centro-sinistra essere molto in difficoltà. A partire da Prodi e Veltroni che litigano, ovvero il ticket di dieci anni fa che si è rovesciato. E questo mi dispiace, crea confusione in una consistente parte degli elettori. Mi sembra che lo stesso D’Alema abbia avuto delle uscite infelici, che hanno considerato l’avvio della campagna di Bersani. Lo dico serenamente, quando uno dice “a questo punto Pierluigi ha vinto”, non gli fa un piacere. In crisi i nostri “padri”, forse è il caso che ciascuno di noi consideri questo congresso non come una occasione di narcisismo ma come un’occasione per valutare quello che sa fare e metterlo a disposizione.
Foglio: Domanda semplice. Perché non ammettete che l’unico futuro possibile per il Partito democratico è quello di creare un grande contenitore, un gigantesco partito in stile americano, in grado di mettere insieme tutte le forze e tutte le anime del centrosinistra?
Boccia: E’ una provocazione. E’ inutile nascondere che gli assetti istituzionali non sono indifferenti. Non possiamo pensare di andare verso il bipartitismo a livello nazionale e poi sul territorio avere un paese che va sempre più verso una maggiore autonomia locale, come succede da almeno 15 anni. Se il modello di raccolta delle istanze su scala territoriale è un modello tradizionale, poi non puoi pensare che a livello nazionale si usi un metodo di raccolta delle istanze di tipo diverso. Questa schizofrenia è il regalo che ci fa la Seconda Repubblica. Bisogna essere seri: abbiamo regioni sempre più simili a piccoli stati, ma che hanno bisogno di uno stato snello ma forte…. Se vivessi negli Stati Uniti, sì, sarebbe possibile. Ma tu lo vedi un grande partito americano che sintetizza tutte le istanze da Reggio Calabria a Milano? O noi mettiamo sul tavolo, a congresso, un certo modello di autonomia territoriale, con segretari regionali che non prendono ordini da Roma…allora a quel punto sì. Oggi è un’utopia. Fai il Pd federale, con autonomia reale dei territori, e poi forse puoi costruire anche un grande partito di massa partendo dal basso. Ma solo in quel caso, secondo me.
Concia: Io non sono contraria a questo modello di partito, del tutti dentro. Ma c’è un particolare non irrilevante, ovvero che noi abbiamo una sinistra – fuori dal Pd – che ha uno spasmodico bisogno identitario. La frammentazione della sinistra è un cancro per la stessa. Non solo il Pd si deve ripensare, ma anche la sinistra cosiddetta radicale. Io non la considero radicale, ma anche loro si devono ripensare. Se oggi dicessero a Obama “sei di sinistra”, lui non si offenderebbe. Franceschini non lo so…
Lioni. Secondo me invece Franceschini non si offende e Obama sì, visto che in America c’è un’allergia verso tutto ciò che evoca il maccartismo. Quando andai a fare un po’ di volontariato per la sua campagna, lui in quei giorni usò l’espressione “ridistribuzione della ricchezza” e secondo quei parametri era al limite del bolscevismo, però poi ha vinto. Ma non sono d’accordo con Paola sulla sua riflessione sull’Italia. Temo che con la tua impostazione, secondo cui il paese sarebbe conservatore e incivile. Io ho una buona idea dell’Italia, credo sia migliore di come spesso viene rappresentata. Penso anzi che il Pd debba assomigliare un po’ più all’Italia, perché c’è un’Italia di coesione sociale, di valori… Non vorrei che dietro quella lettura del paese ci fosse invece un meccanismo dannosissimo per la sinistra, ovvero un atteggiamento snobistico, uno storico complesso di superiorità della sinistra italiana.
Concia: No, io non sono dalemiana da questo punto di vista. Io ho grande rispetto per quelli che votano a destra.
Lioni. Io lo dico come riflessione generale. Io mi occupo di terzo settore, sto spesso con giovani meravigliosi – che fanno scout, volontariato, lavorano per Ong – ma ciò non vuol dire che dobbiamo rinunciare a interloquire con chi magari guarda i programmi di Maria De Filippi.
Concia: Però il fatto che siamo un paese che si sta richiudendo su se stesso, che il livello di civiltà sia più basso di quanto avviene in Europa, non parlo di quelli che votano Berlusconi per i quali ho un grande rispetto. Parlo di tutti noi, compresa me stessa.
Foglio: Sono i giovani politici italiani che non riescono a ottenere risultati, perché sono molto scarsi, oppure la difficoltà di rinnovare questo partito, non so, è frutto di un complotto?
Civati: Ho una storia politica un po’ eretica, ho sempre lottato per fare cose diverse, nuove, un po’ come Bersani che dove arriva, innova, e anche io ho cercato di fare un po’ questa cosa. Da qualche mese non mi sarei aspettato tanta attenzione. Insieme con Paola e tanti amici, abbiamo fatto delle cose perché ci credevamo. Ma quando inizi a frequentare una scena politica più ampia di quella cui sei abituato, ti muovi anche con grande serenità, perché sai di essere modesto – non perché lo sei. E’ vero che il posto bisogna andarselo a prendere, ma anche la nascita di Obama – che tanti di noi citano un po’ a macchinetta – non è la nascita di uno che si è fatto da solo. Ha fatto una carriera abbastanza ruvida nel suo Stato, si è fatto largo, l’ha spuntata anche per gli scandali che hanno coinvolto i suoi sfidanti, e ci mette comunque quattro anni, scrive due libri e viene – qui è il punto – sostenuto da tutti quelli che non stanno con i Clinton, dalla periferia dell’impero. E’ stato un processo di costruzione molto lento e le domande non sono mancate. Durante la campagna ci si chiedeva: where is the beef? Anche lui era considerato un giovinastro, per di più afro-americano. Lì si dimostra come l’innovatore, anche simbolico, possa avere una presa superiore – pur scontando all’inizio un certo handicap. Anche nel nostro paese sarebbe impensabile che un gay, o una persona di colore…siamo molto più indietro.
Lioni: Ma dicevano così anche in Puglia, a volte la società è sottovalutata. Quando Nichi vinse le primarie contro Francesco, D’Alema disse: “Ha vinto le primarie ma non vincerà mai le regionali”. Spesso gli italiani sono più avanti, se noi questo rinnovamento glielo proponiamo…
Foglio: Io voglio chiedere a Fausto una cosa: nelle vecchie tradizioni, i giovani comunisti ad esempio, per creare un ricambio di classe dirigente i giovani non vanno ad aggregarsi per sponsorizzare i vecchi capi della politica, creano soluzioni alternative. Allora tu Fauso, perché appoggi direttamente un vecchio dirigente del PD e non ti aggreghi con persone come Pippo che propongono un ricambio?
Raciti: Io, da persona umile, sapendo di avere 25 anni, non mi sento all’altezza di poter pensare di fare segretario del Pd. E non penso che le soluzioni si trovino a prescindere. Cioè il tema di cui devo discutere non è quello dell’età o il cursus honorum di Bersani o di Franceschini. Io ho ascoltato cosa hanno avuto da dire e fino ad ora sono gli unici scesi in campo, e dico che c’è una idea che mi convince di più.
Concia: E se ci fosse un terzo candidato?
Foglio: Giuseppe, sai che se ti candidi Raciti ti vota?
Civati: Se fosse vero mi candiderei volentieri…
Raciti: Io dico un'altra cosa, che il tratto che fa la differenza tra innovatori e conservatori non è quello di carattere anagrafico o legato alla carriera. Non mi chiudo rispetto a un ipotetico terzo.
Civati: A proposito di quest’idea io la penso così. C’è un 40 per cento dell’elettorato che anche nei momenti peggiori vota centro-sinistra. Io credo che ci dobbiamo rivolgere a questo 40 per cento nel suo complesso. L’idea di avere un partitino gestibile, una cosa a tre, non mi interessa per niente. Se posso lanciare un appello che a Ferrara potrebbe piacere molto: non parliamo più di “vocazione maggioritaria”, che a me pare una cosa tra il curiale e non so cosa. Chiamiamola “una sfida del centrosinistra”, che è quello che è. Noi dobbiamo innovare per conto della sinistra radicale, per conto dei verdi e di un certo dipietrismo di protesta che non serve, e anche del sindacato. Il riformismo si deve fare carico anche di questo.
Raciti: Piuttosto che la domanda “tutti dentro o no?”, io mi chiederei “tutti dentro per cosa?”. Per governare questo paese o per dichiararci minoranza culturale come abbiamo fatto alle ultime elezioni politiche alleandoci con Tonino Di Pietro? Questo è il problema. Se noi vogliamo cambiare i tratti morali della società italiana, ci avevano già provato gli azionisti nel dopoguerra e presero il 2,6 per cento. Diciamocela tutta: in Italia ci sono alcune tradizioni culturali storiche e il percorso della Seconda repubblica ha consegnato questo paese a Berlusconi, che è un modo preciso di intendere la politica. Per me governare questo paese, significa fare l’opposto di quello che ha proposto il Foglio: Significa abbandonare l’idea per cui bastano un leader e il popolo, ma ritornare all’idea di costruire in questo paese dei partiti, dei collettivi politici cioè delle classi dirigenti.
Lioni: “Collettivi politici” è quasi peggio di “piattaforma programmatica”… Comunque, il tutti dentro il Pd è una suggestione bella, come orizzonte per il futuro. Avviene così per i Laburisti inglesi che vanno dai trotzkisti ai liberal. Quello è un partito frame dove convivono diverse anime che trovano una sintesi. Penso che come orizzonte futuribile e da seguire possa essere anche una suggestione bella, ma per la generazione mia e quella di Fausto. Ma pensare ora di riaprire un cantiere, si rischia di trasformare tutto in una transizione infinita. Io ho 28 anni e ho fatto in tempo a essere nei Giovani popolari che poi si sono sciolti, poi nella Margherita, poi questa si è unita con l’Asinello, poi si è sciolta ed è confluita nel Pd. Aprire un nuovo cantiere mi mette ansia. Va bene il senso di precarietà e di inquietudine che caratterizza la nostra generazione, però vorrei che il Pd iniziasse intanto a consolidarsi.
Foglio: Civati quale parola vorrebbe eliminare dal vocabolario del Pd?
Civati: Se mi dai un’intera pagina di giornale… Qualche tempo fa, con un amico mio, ci inventammo “i luogocomunismi”, ovvero l’insieme di espressioni da non utilizzare e sicuramente una parola che ieri ho visto rettificare in corsa da Bersani è “piattaforma”. Quella battuta di Debora Serracchiani l’avevo già fatta. Conoscendo un certo ambientalismo di Bersani, pensavo si riferisse alla piattaforma petrolifera. La piattaforma è una parola che dà l’idea di una staticità che tra l’altro Bersani ripropone quando parla di “identità”. L’identità – dice un grande filosofo – va sempre presa sotto l’idea di cancellarla immediatamente. L’identità va affermata attraverso le cose che si dicono, non in base a quello che si è da sempre. Questo è un tema che Veltroni ha provato a portare avanti, poi magari non sempre ci è riuscito. Io penso al Bersani della mia età che non aveva il telefonino, non aveva internet, non aveva gli immigrati, non aveva l’ambientalismo come lo concepiamo adesso, non aveva i precari. Viveva in un mondo diverso. E anche io ho visto cambiare nella mia attività politica l’agenda in modo vertiginoso. E purtroppo, troppo spesso, non l’abbiamo cambiata noi quell’agenda. Dobbiamo capire la direzione da prendere, costruire la nostra identità se vogliamo chiamarla così. Io su questo sono molto netto, un Obama dieci anni fa non esisteva e non poteva esistere. E Obama non ha una identità forse? Quindi la sintesi è O-Bauman. Ora vi saluterei perché ho cinque miliardi di cosette da fare qui in regione, che è la mia vita vera.
Raciti: Io se dovessi scegliere una frase che va cancellata direi “instradare il rinnovamento”, dietro la quale si nasconde una sottile ipocrisia. Se c’è qualcuno in grado di farlo il rinnovamento, guardate che lo farà. Non appena ci sarà una generazione pronta a farsi largo, questa lo farà. Fino a quel momento, tutto il dibattito prodotto dai media – da questo quotidiano che tende a diventare il succedaneo rosso di Repubblica (dice indicando l’Unità, ndr) – è costruito sul nulla. Stiamo iniziando solo ora a parlare dell’identità e di cosa deve fare il Pd. Attenzione al dibattito sull’identità, perché tutto quello che diceva Paola sui limiti del Pd, derivano da una incapacità di capirsi su cosa il Pd.
Concia: Io vorrei cancellare la frase “promuovere i talenti”, perché nessuno di quelli che la usa ha mai letto “L’ascesa della classe creativa” di Richard Florida.